La nostra Storia

Sfilata 1906

Sfilata 1906 

 

Foto di gruppo 1964

Foto di gruppo 1964 

 

Ettore Gili Meina

Ettore Gili Meina 

 

Il gruppo in sala dorata

Il gruppo in sala dorata 

 

Gruppo 1974

Gruppo 1974 

Da notare l'introduzione delle "nuove" divise ancora in uso. 

Gruppo con la divisa estiva del 1979

Gruppo con la divisa estiva del 1979 

 

Giovani tamburini 1981

Giovani tamburini 1981 

 

Il gruppo dei Pifferi e Tamburi della Città di Ivrea pare derivare dall'antica tradizione sei- settecentesca dei carnevali rionali, richiamata da alcune "pifferate" del loro repertorio che portano i nomi delle cinque diverse parrocchie degli antichi rioni della città.
Il gruppo si riconosce nella tradizione delle bande militari che accompagnavano anticamente gli eserciti lungo le campagne d’Europa.

Una volta persa la connotazione militare, questo accompagnamento musicale, è stato adottato a ritmare il passo di un corteo Carnevalesco, composto a metà ‘800 per lo più da personaggi in divisa militare e di modeste proporzioni.

Il Gruppo composto da un drappello di suonatori, che appare in rare riprese fotografiche è costituito di soli tre o quattro pifferi e di altrettanti tamburini, taluni in borghese, schierati in modo apparentemente casuale, ma nel 1908, nell'edizione del centenario del Carnevale contava, oltre al mazziere, cinque pifferi, cinque tamburini, un portatore di grancassa ed il suo battitore.

Si costituì poi il” Comitato per il riordinamento dei pifferi e dei tamburini" formato dal maestro di musica Angelo Burbatti, trascrittore di tutte le suonate, da Pietro Cavallo, aiutante di campo del generale e da Nicola Viglio.

Col passare del tempo l'organico si incrementò fino a che, negli anni successivi alla prima guerra mondiale si raggiunse il numero di sei-otto pifferi, sei od otto-dieci tamburini, oltre ai due addetti alla grancassa. Tale organico è rimasto sostanzialmente invariato sin quasi ai nostri giorni e attualmente si annoverano quindici pifferi, altrettanti tamburini, il portatore ed il suonatore della grancassa.

Alcune sonate che compongono il repertorio traggono ispirazione dalle marce dell’esercito piemontese di Emanuele Filiberto, restauratore dello Stato Sabaudo nel XVI secolo.
A queste, successivamente , si sono aggiunte le “monferrine”, gaie e vivaci danze popolari piemontesi, alcune marce tipiche del periodo napoleonico e altre musiche di origine risorgimentale, riconoscendo l’intero repertorio parte fondamentale del patrimonio culturale della tradizione etnomusicale piemontese.

L’imprescindibile e indissolubile legame che lega il Gruppo allo storico Carnevale di Ivrea, di cui rappresenta l’insostituibile colonna sonora, arricchisce di significati e richiami antichi l'animazione musicale della festa.
Il retroterra storico della formazione dei Pifferi e Tamburi, pur calato nella tradizione militare,è da sempre una parte non separabile dal mondo popolare eporediese e canavesano.

Con la capacità di fare propria l’esperienza musicale della tradizione arcaica del Carnevale eporediese, il repertorio si pone dunque quale emblematico esempio di ritualità popolare, orientato ad un sempre nuovo racconto.

E’ fuor di dubbio che i Pifferi e Tamburi siano la componente del Carnevale più amata e seguita da eporediesi e canavesani; il loro seguito, si è di anno in anno incrementato, e coinvolge ormai migliaia di persone, di tutte le età.
Prova ne è il 6 gennaio, giorno dell’Epifania ed esordio annuale del Carnevale.
Ulteriore prova di quanto finora scritto è il conferimento al gruppo delle supreme insegne dell’ordine cavalleresco dell’Ordine degli Oditori e Intendenti Generali delle Milizie e Genti da Guerra del Canavese, avvenuto il giovedì grasso dell'edizione 2014 dello Storico Carnevale di Ivrea.

Sul verbale che riporta i momenti salienti della cerimonia è stato riportato che “senza le musiche di questo preziosissimo gruppo, il Carnevale eporediese non potrebbe avere inizio, né conclusione”.
Essi sono “un patrimonio a cui tutti gli eporediesi e i canavesani sono legati con grande sentimento di affetto, identificazione e soprattutto di riconoscimento per quelle radici che furono dei nostri antenati e che loro rappresentano ancora oggi, riempiendoci di orgoglio”.